commentiAMO “Siede la terra”


foto di Marco Papparotto

commentiAMO “Siede la terra”

recensione di Ilaria Guerra e Mattia Dragotti

Spettacolo visto al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso domenica 11 luglio 2021.

Un’altra partecipazione del Treviso Contemporary Theater Festival “GIOIOSAETAMOROSA” è stata quella dei Maniaci D’Amore con Siede la terra, spettacolo che ben rappresenta l’accezione contemporanea del termine “amore”, dato che ne narra uno tutt’altro che classico.

Il racconto si apre con l’approccio al pubblico di Clarice (Francesco D’Amore), madre di Teresa (Luciana Maniaci), la quale vuole iniziare la figlia al mondo dell’adulazione e del pettegolezzo, cercando di guadagnarsi la simpatia del pubblico con metodi poco leali.

Sul palco vediamo palesarsi fin da subito la relazione di amore malato di una madre nei confronti della figlia, farcito con le dinamiche tossiche di razzismo e di maschilismo che contornano le vicende del fantomatico paesino (probabilmente meridionale) “Sciazzusazzu de sopra”, in duro contrasto con “Sciazzusazzu de sotto”.

Lo spettacolo si evolve dal teatro esilarante/assurdo, che si conquista le copiose risate degli spettatori, al teatro tragico/grottesco, che spiazza il pubblico e lo fa sprofondare in un denso silenzio, lasciando lo spazio ad una Teresa che viene coinvolta in accuse ingiuriose, liberata poi da esse proprio dalla posizione ingombrante che ha la madre nel paesino.

Per i due attori infatti, ci spiegano, il teatro è comunicazione, un continuo rapporto dinamico che si instaura con il pubblico, rapporto nel quale i performer spingono l’audience in una direzione e viceversa.

Da sfondo alla vicenda vi è una scenografia semplice che sottolinea coerentemente il peso che le parole possono avere a seconda della bocca da cui escono e dal contesto sociale in cui sono inserite. Sul palco è installato un enorme telo (raffigurante il muro imbrattato attorno al quale ruotano gli avvenimenti) su cui Clarice fa apparire una scritta: “Teresa stacca i pompini alla stazione”, frase che pian piano si modifica stratificandosi, integrandosi parallelamente al corso della storia.

Nei 60 minuti dello spettacolo si susseguono diversi cambi di ruolo in maniera molto fluida, per permettere ai soli due attori di rappresentare un’intera comunità, anche attraverso l’uso delle maschere: appaiono così gli uomini-maiali e le donne-oche di ogni piccola realtà che ci circonda, persone che si nutrono di pettegolezzi, che diffondono maldicenze e che alimentano la diffidenza nei confronti del diverso.

Maschere che aiutano ad individuare le tipologie di personaggi in questione, ma che sarebbero nulla senza l’atteggiamento e i modi estremamente curati con i quali gli attori permettono di inquadrare immediatamente le personalità al pubblico.

Anche la musica si integra felicemente nella messa in scena con gli stacchetti ballati: le donne-oche si dimenano sulle note di “Single ladies (put a ring on it)” di Beyoncé, pezzo che fa ben intendere l’unico interesse femminile possibile in quel contesto, mentre gli uomini-maiali ballano “The bad touch” dei the Bloodhound Gang, in cui si parla di sesso come semplice atto di riproduzione tra mammiferi, in cui l’uomo ha una certa supremazia.

La poetica di questo duo di attori/autori sta quindi nell’importanza del sotto-testo in quanto esaltazione di ciò che non viene detto rispetto a ciò che viene detto, sottolineando continuamente come, nel dire una cosa, spesso se ne intenda un’altra; così come accade nella realtà e nella pratica fondamentale della terapia psicoterapeutica.

In questo si nota soprattutto la conoscenza dei Maniaci D’Amore del noto psicologo e filosofo Watzlawick, il quale sostiene, nella sua “Pragmatica della comunicazione umana”, che non si può non comunicare e che ogni silenzio è un messaggio da non mettere in secondo piano

Lo spettacolo, partendo dal pretesto della tematica della vi:ma calata in un contesto di provincia soffocante, inserisce una profonda analisi della forza propulsiva che il linguaggio ha nella vita relazionale delle persone. Il modo in cui noi parliamo e definiamo gli altri è il nostro modo di intendere la realtà, e i Maniaci d’Amore sanno trasferire questi concetti in uno spettacolo che fa scompigliare il pubblico dalle risate, in un sofisticato e ilare invito a prendere coscienza di noi e del mondo che ci circonda, guardando attorno alla superficie.


Questo articolo è stato scritto dallз partecipartз al processo creativo commentiAMO:

Ilaria Guerra: classe 2000, studentessa di Conservazione e Gestione dei Beni e delle Attività Culturali: Tecniche Artistiche e dello Spettacolo presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Mattia Dragotti: classe 2005, studente del Liceo delle scienze umane – teatro e cinema presso l’istituto Canossiano di Treviso.