commentiAMO “IL CANTO DELLA CADUTA”

commentiAMO “IL CANTO DELLA CADUTA”

recensione di Greta Nola

Spettacolo visto al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso mercoledì 13 luglio 2022

“I cecchini non sparano ai topi”

Svariati sono i racconti e i miti che narrano del passaggio alla civiltà dell’uomo: un esempio famoso può essere trovato nel mito greco dell’età dell’oro, epoca in cui l’uomo viveva in armonia con la natura e senza arrecare alcun male, e del ferro, quando si cominciarono ad usare le armi e nel cuore degli uomini l’odio era ormai radicato. Sono  storie che ci riportano un trauma più che una grande conquista, come se il prezzo da pagare per il cambiamento sia rinunciare al legame, a dir poco esoterico per molti, con la natura.

Marta Cuscunà ha voluto raccontarci uno di questi legami spezzati prendendo spunto da una leggenda molto particolare, per secoli narrata oralmente e solo in tempi recenti riportata su carta (e per questo si deve ringraziare l’antropologo Karl Felix Wolff), appartenente ai Ladini, minoranza del nord Italia molto presente nel Trentino, il mito di Fanes.

Il popolo di Fanes viveva in pace.  Era una società matrilineare, il potere era nelle mani delle regine e le donne come gli uomini ottenevano incarichi importanti. Era inoltre una società totemica, vi era infatti una forte connessione con la natura, soprattutto con le marmotte, considerate al pari di una famiglia. Ad un certo punto  però la regina sposò un re straniero, appartenente ad un regno di guerrieri conquistatori, passando a lui il potere. Iniziò così un lungo periodo di guerra per Fanes, durante il quale le antiche tradizioni vennero violate ed ignorate e il legame con le marmotte si perse.

Marta Cuscunà, resasi nota nel panorama artistico internazionale grazie al teatro di figura, usufruisce anche in questa occasione di varie marionette e pupazzi, costruiti dalla scenografa Paola Villani (non è la prima volta che le due artiste collaborano). La Cuscunà manovra i personaggi nell’ombra, invisibile quasi, i quali a loro volta rappresentano i diversi punti di vista di una storia tragica.

In apertura troviamo per primi i corvi, personaggi meccanici che si animano con movimenti scattosi e alquanto curiosi, controllati attraverso quattro joystick che la Cuscunà padroneggia con molta abilità e sincronicità. Questi animali si trovano in alto, distanti dai fatti a cui assistono e dei quali si fanno messaggeri, poco dopo scopriamo  che a loro non importa se il popolo di Fanes muore, vogliono solo nutrirsi dei suoi cadaveri. La cronaca dei fatti che fanno i corvi in tempo reale ci fa sorgere un sorriso, c’è una sorta di comicità che rende più sopportabile la guerra che si svolge sotto i loro occhi: possiamo infatti vedere tutta l’ironia della situazione, l’insensatezza e la cattiveria delle azioni umane.

Al di sotto della pedana su cui poggiano i comici rapaci, in un cunicolo, troviamo due bambini, che vivono in uno stato di paura ed ansia, superstiti scelti costretti ad una lunga e sofferente attesa la cui colonna sonora sono i tremori della terra e i boati della guerra; a questi bambini viene negata la vita, devono stare nascosti negli anfratti più sotterranei della terra per non farsi trovare dal nemico, costretti a  fingersi topi per non farsi uccidere nel caso qualcuno li scoprisse. I bambini sono esseri fragili, delicati a tal punto che ogni cosa all’esterno potrebbe ucciderli; devono sopravvivere nell’attesa del tempo promesso, aspettare la pace per uscire allo scoperto. Loro sono la speranza costretta a soffrire e patire per gli errori degli adulti, piccoli cuccioli d’uomo espressione della tenerezza umana, del  bene di cui si può essere capaci e della  grande voglia vivere. Questa dolcezza è amplificata dal modo in cui la Cuscunà manovra i piccoli con i copricapo da topo: l’attrice è vicina, le sue mani diventano le loro mani, riuscendo così a trasmettere l’amore e il senso di protezione che i bambini provano l’uno verso l’altro.

Nel mezzo tra l’ironia dei corvi e la dolcezza straziante dei bimbi vi è un piccolo schermo: a questo spetta raccontare il punto di vista di Dolasilla, principessa di Fanes costretta dal padre a vestire i panni di guerriera per combattere in guerra, uccidere ed essere uccisa; situazione che risuona come un déjà vu allo spettatore, d’altronde il mondo odierno è pieno di re codardi e assetati di potere che mandano i loro figli a morire in guerra. Grazie allo schermo viviamo la versione di Dolasilla, i suoni e le immagini che si susseguono sono confusi, indefiniti, dolorosi, possiamo assistere a cosa vede un corpo in uno stato di shock e torpore, come appena uscito da un coma.

Lo spettacolo è impregnato di un’atmosfera dolceamara ed è palpabile la percezione del  pericolo incombente. Spesso emergono  piccoli momenti di tenerezza infantile o comicità nera, a cui si susseguono poi lunghi attimi nei quali la guerra si fa più concreta e devastante, catapultandoci  in un’altra terribile realtà nella quale uomini, donne e bambini vengono massacrati, dove tutto si tinge di rosso, dove tutti combattono l’uno contro l’altro senza motivazione, semplicemente si uniscono alla mattanza, bramosi di violare la vita e la pace. Ogni legge umana ed etica viene infranta e allora ci risvegliamo rendendoci conto che quella realtà belligerante è proprio quella dei giorni nostri, quella in cui cominciamo anche noi a mangiare, insieme ai corvi, i corpicini  dei bambini, ma sono bocconi amari.