commentiAMO “DENTRO EMILIA”

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recensione di Greta Nola

Spettacolo visto al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso domenica 17 luglio 2022

“Guardatela, come un sole in subbuglio”

La via Emilia è sicuramente per molti emiliani un luogo attivo, storico, vibrante, un viavai di vite ed esperienze, ricco di lavoro ed attività di ogni genere: troviamo scuole, bar, officine, vestiario, alimentari di ogni genere e sesso.

Uno dei lavori più antichi del mondo non poteva non far parte di una via storica di una altrettanto storica città: nella via Emilia, sotto gli occhi volentieri giudicanti e sempre indifferenti -e compassionevoli quando fa comodo- dei passanti, carne umana viva viene offerta come merce che costa poco, come se non avesse importanza o valore alcuno, ma la sola funzione di soddisfare il cliente.

La compagnia teatrale Le Notti si prende la responsabilità di farsi messaggera di una realtà difficile attraverso una visione intima e assieme documentaristica che racconti lo sfruttamento sessuale di corpi privati di dignità, ma alla ricerca di rivendicazione.

La scena è scarna, libera da grandi incombenze scenografiche, dietro c’è una telo sul quale si proiettano video e riprese dal vivo girate con una videocamera presente in scena (della quale se ne occupa Alessandra Beltrame) che percorre i corpi delle attrici, offrendoci così uno sguardo all’apparenza voyeur, ma in realtà ben focalizzato sugli effetti carnali di un fenomeno criminale di tratta sessuale. Oltre alla camera si fa uso anche di danze, testimonianze in prosa e musica, si crea così un  racconto a luci calde e soffuse, un mosaico corale nel quale si raccontano storie e fatti di ciò che è l’atroce norma di quel mondo.

Dalla prospettiva di noi spettatori la prostituta può sembrare a priori una creatura mitologica, “fuori dal mondo ma al contempo inserita in esso in maniera violenta” come confessano le attrici, ma più che mitologica è un essere multiforme che assume sempre sembianze diverse, più corpi, più forme, è ragazza, è signora, è uomo che fu, è bambina. Le attrici ci raccontano che venne detto da una loro ex insegnante di teatro che “non avevano il corpo per fare le prostitute”, ma si sbagliava: la carne umana in generale è qualcosa che può essere sempre sfruttata per la tratta, nelle prostitute, che le attrici hanno conosciuto in fase di documentazione, hanno ritrovato i corpi delle loro conoscenti, di loro amiche e parenti, delle loro madri, ognuna di noi può ritrovare la propria forma nella loro e chiedersi “Potevo finire anche io qua?”.

La compagnia si è approcciata al lavoro collaborando con associazioni locali che offrono assistenza sanitaria alle prostitute e per molte notti hanno parlato con loro, ritrovandosi davanti delle persone con una grande resistenza alla vita, donne che ridono nonostante un mondo che le disprezza. Le attrici, Flavia Bakiu ed Alice Gera, riportano sul palco storie tratte da molte testimonianze, ma modificate per poterle comprendere tutte in uno spettacolo di un’ora e un quarto, e mostrano donne piene di voglia di vivere e di sorridere, che lavorano per prendersi cura dei loro cari (genitori, figli, partner) e per trovare una propria indipendenza.

Lo spettatore assiste a questi corpi svenduti e torturati, non resi desiderabili ed invitanti, ma al contempo conferiti di una dimensione propria, una dimensione che per le strade viene negata alle prostitute perché la strada è in mano alle reti criminali; lo spettatore viene quindi guidato in questo affresco di storie come se fosse il cliente in macchina: gira con i fanali illuminando le donne, visita i siti di recensioni e di ricerca di escort, dialoga con delle lavoratrici, assiste alle proteste dei cittadini benpensanti ed esplora il corpo nudo femminile con una piccola macchinina giocattolo.

Alle volte si ride con i personaggi, mentre altre si rimane ipnotizzati dai racconti di quel mondo che si agita sotto le nostre finestre, e poi si smette di sorridere quando ci si ricorda che ogni cosa narrata è accaduta veramente. Ma ciò che lacera ancora di più le coscienze è la consapevolezza che ci siamo passati infinite volte accanto a queste storie, ma abbiamo spesso distolto lo sguardo in preda ad un ipocrita senso di santa superiorità.